01_Pronti, partenza, …

01_Pronti, partenza, …

Partire. Partire è come aprire un quaderno ad una pagina nuova, per iniziare un tema. Uno spazio bianco e vuoto da riempire con segni o disegni. Mi riferisco al Partire con la “P” maiuscola e non al banale “partire”, che indica l’andare da qualche parte per qualche giorno per una particolare, specifica e routinaria ragione: partire per le vacanze, partire per lavoro, partire per fare visita a qualcuno, etc… Il nostro Partire era per andare a vivere un periodo in America, per la precisione in California, negli Stati Uniti d’America.

Un Partire un po’ più impegnativo dell’altro, direi. Un vero e proprio allontanarsi, separarsi, staccarsi da persone o cose care. Quasi uno staccarsi, dividersi da una parte di sé stessi, … che si abbandona (forse momentaneamente) nei luoghi e nelle persone che si lascia. Lasciavamo così nella nostra casa, chiusi nei cartoni e/o stivati in cantina, alcuni frammenti dei nostri “io”. Tagliavamo con una accetta un cordone ombelicale che ci legava alla città cara a Corto Maltese, allo Spritz e agli incurabili. È proprio vero quello che si dice. Partire è un po’ morire. O rinascere, … dipende dal punto di vista, se si considera che di tristezze e malinconia la vita è piena. Partire è ricominciare, con la fatica che questo procura. Per questo motivo, ha ragione Ennio Flaiano quando dice che “ci sono molti modi di arrivare, il migliore è non partire”. Ma noi non volevamo arrivare. Per questo siamo partiti!

E Partire è sicuramente fare le parti, ripartire/dividere o cambiare la propria parte. Se ne reciterà una nuova, dopo. Da qualche altra parte. Su un altro palcoscenico. Cominciando come quando parte dal nulla una nuova musica. Noi partivamo insieme. Prendevamo le mosse. Famiglia orchestra. Per dare nuovi suoni ai nostri vecchi strumenti. Un po’ all’unisono, come nei riff della musica progressive, ed un po’ in contrattempo, come nella classica e nel jazz. Nuova musica. Bossa nova.

Ed aveva anche ragione Martinotti, riguardo al dato di fatto che chi si sposta per ragioni profonde da un luogo ad un altro, in primis per andare a vivere in un altro luogo, è forse più simile al posto in cui arriva che al posto da cui è partito. O almeno in quel particolare momento la nostra vicinanza al posto in cui si voleva andare cominciava ad essere direttamente proporzionale alle cose chi si erano proiettate in quel posto. Forse sotto sotto nella vita, credenti e non, tutti sognamo di andare in Paradiso! O forse banalmente, volevamo sentirci un po’ “ammericani” (cioè come un italiano può percepire ed immaginare un americano), indifferentemente dal sapere o meno cosa veramente sarebbe poi significato e quanto i nostri pre-giudizi, stereotipi e conoscenze fossero aderenti alla realtà.

Di sicuro qualcosa si era rotto ed eravamo partiti già, almeno con la testa (anche perso la testa!), molto prima di partire.

Cosa potevamo fare! Era inevitabile. Armiamoci e partiamo. Non c’era altro da fare. E giù a documentarsi come meglio si può, su internet, su libri che descrivevano la cultura americana o i viaggi da quelle parti, sulle testate giornalistiche più importanti degli USA, sui siti dell’ambasciata americana, etc… anche sentire amici americani in Italia o gente che aveva vissuto un pochino lì, parenti compresi. Non per farsi una nuova idea del posto in cui si va, ma per capire qualcosa in più del modo migliore per evitare problemi e … farcela nel modo più indolore possibile, se possa esistere un modo indolore di cambiare casa e quartiere.

E di nuovo cambio casa

di nuovo cambiano le cose

di nuovo cambio luna e quartiere

come cambia l’orizzonte, il tempo, il modo di vedere

… Ma sapere dove andare

è come sapere cosa dire

come sapere dove mettere le mani …

… E vendo casa per un motore

la soluzione è la migliore

un motore certamente può tirare

la mia fantasia un po’ danneggiata

e da troppo parcheggiata

e poi cambiare casa

come cambiano le cose così…

(Ivano Alberto Fossati, E di nuovo cambio casa, 1979)

Sui trasferimenti nessuno lo ha detto meglio di lui!

Partire. E allora, PRONTI, PARTENZA … Una cosa è certa, c’eravamo messi in movimento. Ci eravamo messi in cammino. Qualcosa era iniziato, o almeno qualcosa cominciava ad avere inizio, dopo tanto fermento precedente. Un po’ come quando si è fatto il torchio e si sente il succo d’uva fermentare dell’attività dei saccaromiceti, per un certo periodo di tempo prima di avere dal mosto un po’ di vino. E speravamo fosse Aglianico o Morro D’Alba.

Pianificate e fatte le valige, operazione annosa e non aliena da conflitti familiari, dato che ognuno vuole portare con sé tutto il proprio mondo che … proprio non vuole entrare nelle valige. Hockety pockety, wockety wack, Abra, cadabra, Alicafez, balacasez

Malacavez, meripades, Hockety pockety, wockety, alt … Maledizione. Non funziona nella vita reale, Merlino! … Ma prima o poi tutto ha fine, anche le valige. E ci mettiamo il cuore in pace. Si farà con quello che si ha o magari con quello che si comprerà di là. Un po’ come facevano forse i faraoni nell’aldilà. Si portavano solo pochi oggetti ed ornamenti, … poi in un qualche modo si sarebbero regalmente arrangiati, ahahahah…. 

Ancora una volta ritorna l’idea di morte. Ma ironizzando con Vinicio “Non si muore tutte le mattine”? … Non ci si può non porre qualche dubbio. Molto spesso cambiamo o ci vediamo diversi. Non si è più quelli di una volta. Quando ero ragazzo avevo i capelli lunghi! Quando ero bambini i capelli punk!

“Come si cambia per non morire”. Ma è questo un po’ morire. Forse è solo aprire alcune porte e lasciarne altre alle spalle. Sliding door. Bah!

Che sarà? Sarà quel che sarà. 

Spesso, come dice ancora Vinicio, “L’impreparazione è una condizione molto fertile”. E noi ci sentivamo molto impreparati nonostante tutto l’impegno profuso. Ma lasciamo le valige. Ci vorranno parecchie giornate per concludere questa operazione. Nel frattempo, vanno fatti i documenti. Passaporti, visti, colloqui all’ambasciata … che in tempo di Covid sono un viaggio nel viaggio. Ambasciata di Milano piena (ma con il Covid e con molti stati chiusi, … come mai è piena? … sarà per la procedura anti-contagio? Per il lavoro in smart working, parola ignota agli americani, che dicono “lavoro a o da casa”). L’unica data utile è dopo la data del biglietto. Non serve un granchè. Allora Roma, per rivedere ancora una volta la città eterna, la Capitale. Non andiamo a Napoli per scaramanzia (vedi Napoli e poi muori) e per mancanza di tempo. Ci ricorderemo le dieci, quindici volte passate in cui … andammo. Roma. Ambasciata a Roma. Ricerca disperata di uno slot per colloquio all’ambasciata ed ottenimento visto.

Poi, … non la vuoi fare la patente internazionale? Come guidi in America? L’America è on the road, affittare una macchina e farsi miglia e miglia di territorio. Ancor di più se si va nel selvaggio West! Allora, se hai tempo ti avventuri tra gli uffici della Motorizzazione per fare la patente internazionale, altrimenti per qualche euro in più (lo so che faceva più figo la citazione “per un pugno di dollari”, ma eravamo ancora in Italia!), dicevamo per qualche euro in più l’ACI la fa per te nel giro di qualche settimana. Resterai comunque insoddisfatto del pezzo di carta con poche frasi in inglese e senza foto, che dovrai usare in abbinata con la tua patente italiana. Ma questa è … Sotto poi con i vaccini e con i certificati vaccinali, il secondo un bell’ostacolo se si pensa che trenta-quarant’anni fa era tutto cartaceo e non sempre si è avuto il coraggio, la voglia o l’energia di conservare tutto! Accompagnalo al fatto che non ci sono database regionali né tantomeno database nazionali. Bingo! Fortunatamente, … ci sono sante persone anche nella pubblica amministrazione, che vanno a scovarti, negli archivi cartacei ed impolverati, i tuoi dati e grazie ad internet e allo scanner fanno miracoli, restituendoti il tuo passato vaccinale in un formato digitale. Sempre siano lodati! Specie dopo aver più volte incontrato un muro di gomma e di impreparazione in quei colleghi che spesso ti rimandano al pomeriggio o dormono o non rispondono al telefono. Ma anche questo è fatto. Spuntato. Era sottinteso che va fatta e che … avevamo fatto una lista. Una sorta di pianificazione della pianificazione del viaggio. Dimenticavo, … per quanto riguarda i vaccini, un vaccino contro l’epatite A e una antitetanica non li vuoi fare? Anche in California c’è la salmonellosi. C’è anche nelle poche mense scolastiche! Dicono che ci sia anche a Chioggia e Napoli, ma lì ci è andato sempre bene. Non so se ci sono cose arrugginite, ma un richiamino di antitetanica lo dovevi comunque fare anche se stavi in Italia. In entrambi i casi non desidererei per nulla al mondo conoscere o dover frequentare il sistema sanitario USA, dato il suo approccio economico-elitario piuttosto in contrasto con la nostra idea di welfare. Ed ecco che arrivano gli incubi riguardo ai costi (assicurativi e non) e le difficoltà nel dover poi spiegarsi con il personale medico-sanitario. Ah già, manca l’assicurazione sanitaria. Fondamentale se non vuoi indebitarti per tutta la tua vita e per quella della tua discendenza. Una operazione molto impegnativa, che vi terrà parecchie sere svegli … nel confrontare polizze e servizi, franchigie e massimali. Il tampone prima di partire e l’ansia di non ricevere i risultati in tempo non sono che un flebile solletico rispetto ai grattacapi e alle escoriazioni da essi prodotti durante la selezione, la comparazione e la scelta della giusta (per te e la tua famiglia) assicurazione sanitaria. Metti poi che solo uno va a lavorare in America, l’altro ha da fare anche tutte le pratiche per l’allontanamento momentaneo per motivi di famiglia dal lavoro. E poi vanno fatte le comunicazioni a scuola e magari, se si è un po’ previdenti, si comincia a vedere anche le case e le scuole che possono interessare nel luogo di destinazione. Sperando che il personale di segreteria delle scuole frequentate dai propri figli producano i rispettivi certificati scolastici in tempi brevi e con una frasetta in inglese (a noi è andata bene, lo hanno fatto egregiamente ed in tempi rapidi!). In tutto questo, la confusione regna sovrano. Le scuole qui sono diverse da quelle lì. I sistemi scolastici sono molto diversi. Spesso hanno anche nomi differenti e non sempre il Kindergarden è la scuola materna. Figuriamoci se cerchi la scuola materna pubblica. Un’eresia in USA. Solo le elementary school sono pubbliche e gratis, nel sistema Statunitense, gratis nel senso che non le paghi direttamente tu ma le pagherai indirettamente con le tasse di affitto e residenza. E ti accorgerai, ben presto, e nemmeno dopo tanto, che non puoi mandare tuo figlio dove vuoi, ma solo nella scuola di quartiere. Quindi capirai l’equazione (quasi identità) casa-scuola, ovvero che casa costosa vuol dire scuola bella, performante e sicura, contro una casa piccola ed economica con annessa la possibilità di frequentare una scuola di merda, perché sei in un quartiere non proprio sicuro e raccomandabile. E non lo devi scoprire per caso. Te lo dicono loro stesse, ovvero le scuole, già direttamente con i loro score sui siti web istituzionali. Ma del resto la televisione ed i film li vedi. Nei ghetti ci sono scuole da ghetto. Il Blues è blues. Oltre la ferrovia cosa trovi … Se il quartiere è povero quella sarà la scuola che possono permettersi, senza alcuna redenzione o intervento divino. Altra gatta da pelare. Trovare la giusta quadra. Una scuola buona senza doverti svenare o avere paura di mandarci tuo figlio. Perché vedi sui siti internet per ciascun quartiere tutti gli indicatori, e ci sono anche quelli relativi ai reati avvenuti, per dirtene solo uno. Comunque, non riuscirai neanche ad aprire tutti i siti. In USA non funziona come in Europa, che si prendono cura dei tuoi dati e della tua privacy. Così nell’incertezza che aumenta (non puoi trovare prima una casa e una scuola per i tuoi figli), devi imparare a conviverci e a navigare a vista. A distanza potrai solo scegliere le scuole e capire quale sarà la tua zona di riferimento per la ricerca di casa. Tutto il resto lo potrai fare solo stando sul posto. E la metterai via. Questa cosa non si può spuntare ora. Né la casa né la scuola, perché se non hai la prima non avrai la seconda. È un cane che si morde la coda, o meglio vorrebbe farlo ma la insegue senza successo.

Dovrai esorcizzare ricorrendo a piccoli party con parenti ed amici, sempre … Covid e quarantene permettendo. Convivialità e buon vino aiutano a dimenticare (Prosecco, pinot grigio, pinot nero, Ramandolo, Barbera, Nebbiolo, Barolo, Valpolicella superiore, Ripasso e Amarone, Aglianico, Primitivo, Cannonau, Cirò, etc. … lo so sono di più i rossi, ma a noi piacciono quelli!). Poi magari decidi una volta per tutte, visto che sei residente veneziano da parecchie decadi, di prendere un taxi acqueo (il secondo taxi acqueo della tua vita!). Le cooperative sono davvero molto gentili e disponibili. Noi dopo una non tanto breve indagine di mercato ne abbiamo trovata una più abbordabile. William, il tassista Veneziano con genitori in California, è stato davvero splendido e simpatico. Siamo riusciti a portare tutte le valige (fortunatamente non tante, noi siamo spartani!) ed anche due nonni senza pagare un extra. Tessera, tatatà. Imbarco. Poi c’è il volo, che non si racconta. È lungo, ma è inevitabile. Fatto in due tappe. Poi all’arrivo avevamo un taxi da San Francisco a Monterey, visto e prenotato on-line dall’Italia. Avere una moglie ingegnere è un beneficio optional all’interno del pacchetto familiare, per cui spesso ti ritroverai a ringraziare il cielo più volte. Fortuita e felice occasione. Ma la fortuna è come una collana di perle, che si inseguono le une alle altre. Altra fortuna, la dogana americana all’aeroporto di San Francisco è veloce per noi. Siamo entrati ad entrare, tutti con una exception, visto che le frontiere sono chiuse per la pandemia. Non davano i visti in entrata negli USA. Noi avevamo un visto per lavoro di cui beneficiavano tutti i membri familiari, ed avevamo il green pass (gli adulti, intendo). Il tassista non lo troviamo subito ad attenderci ma presto arriva. È un tassista indiano (dell’India, che se qui dici indiano ad un nativo americano scoppia un caso internazionale e si passibile di razzismo). Viene dall’India e lo si vede da come ha arredato la macchina-suv addetta a taxi. Ha moglie spagnola. È molto simpatico. Come ogni buon tassista ti dipinge il posto in cui stai arrivando in maniera molto naif ma così indelebile che non riuscirai a dimenticarti le poche cose che ti ha detto per tutto il tuo viaggio e spesso per tutta la vita. Ci dice di Ubert Eat, Amazon Fresh, etc… qui per mangiare, o fare qualsiasi acquisto, non devi far altro che scaricare app e inserire i dati delle tue carte (di credito o di debito). Tutto ti arriva a casa. Passiamo e siamo prossimi a Palo Alto, Cupertino, etc… insomma la parte meridionale della San Francisco Bay Area da San Francisco a San Jose. Quanto traffico. Qui ci sono commuter (pardon pendolari) da far paura. Coefficiente di riempimento per macchina (spesso macchinona, anche monster truck) 1. C’è una apposita corsia per il car pooling, se sei oltre 2 persone. Noi la prendiamo e ci va bene. Siamo in cinque, autista compreso. Solo un paio di ore di viaggio, ovvero due ore e trenta per la precisione, contro le quattro ore quotidiane dei commuter (quanto sono avanti in America! Neanche alla sede Fiat/FCA di San Nicola di Melfi i lavoratori fanno tutte quelle ore per recarsi in fabbrica). Ci è andata anche bene. Ma siamo stanchi. Un po’ sonnecchiamo in macchina. Io mi sono perso frasi intere del tassista. Mi sono svegliato più volte che aveva già cambiato argomento. Ho perso pezzi. Capto e sono di aiuto le frasi spot, che descrivono i luoghi che si attraversa. Nel mentre passi per un forte odore prima di aglio, sei arrivato a Gilroy la capitale mondiale dell’aglio, poi di carciofi (articiochi, come xe dise a Venexia) intorno a Salinas, etc…. Arrivati a destinazione alle 18.30 ore locali, come predetto dal tassista. Meno male che era luglio. C’era ancora luce. Mangiato e dormito alle 21, che poi scopriremo essere ora esotica o da feste per i locali. 

Un altro giorno è andato.

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